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Curare la malattia o il malato? Il focus di un percorso psicologico | Dott.sa Roberta Calvi Psicologo in Rimini Riccione Cattolica Forlì Cesena

Curare la malattia o il malato? Il focus di un percorso psicologico | Dott.sa Roberta Calvi Psicologo Sessuologo in Rimini

Si cura la malattia o il malato?

Cosa veramente è importante curare?

La focalizzazione sulla malattia, sui sintomi, sulle diagnosi ci fa perdere di vista molto spesso chi abbiamo davanti. Perché il malato non è la sua malattia, non è un insieme di sintomi descrittivi, ma una persona con la sua storia, le sue dinamiche, i suoi significati e i suoi vissuti. E infatti dovremmo mettere al centro il vissuto per comprendere il malato.

La psicologia si occupa troppo spesso di curare i sintomi e talvolta perde di vista la riabilitazione delle persone.

In primis chi è la persona che mi porta quel sintomo?

Che significato ha per quella persona quel sintomo, quel problema? E soprattutto, per quella persona è un problema?

Cosa definisce una malattia psicologica?

Un insieme di sintomi o un vissuto di disagio?

Curare la malattia o il malato? Il focus di un percorso psicologico | Dott.sa Roberta Calvi Psicologo Sessuologo in Rimini

La risposta a questa domanda è quello che orienta poi il nostro lavoro e un eventuale percorso psicologico.

Dal  mio punto di vista concentrarsi sui sintomi significa generalizzare e categorizzare le persone all’interno di “pacchetti patologici”. Appiattendo la persona ad una etichetta diagnostica decisa a priori e talvolta dal sapore molto normativo.

Rimanere sul disagio vuol dire invece provare a entrare in empatia con l’altro. In primis capendo che cosa l’altro mi sta chiedendo consapevolmente e inconsapevolmente. Perché proprio adesso, perché proprio a me, cosa sta cercando e quale sofferenza mi porta.

A volte i sintomi nascondono conflitti profondi. Altre volte rappresentano una difficoltà di adattamento alla realtà. E altre volte ancora sono un tentativo venuto male di emanciparsi e differenziarsi. O ancora nascondono il bisogno di sentirsi malati e/o confermare un certo copione storico.

Ma perché le persone vorrebbero sentirsi malate o essere etichettate come malate?

Ricordiamoci che i malati immaginari sono sempre esistiti, come ci mostra Moliere. E forse, come diceva Pirandello, essere considerato pazzo dà un certo vantaggio. Come quello di poter dire e fare tutto ciò che pare, insomma superare i doveri sociali, il politicamente corretto.

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Ma al di là dell’ipocondria e della massima forma di ribellione sociale, il bisogno di sentirsi e/o di essere visti e considerati malati può anche essere funzionale a evitare il rischio abbandonico. Mantenendo l’altro vicino a sé attraverso una strategia (inconscia) manipolatoria e vittimistica. Altre volte ci si può essere sentiti così sbagliati, distruttivi e inadeguati da sentire il bisogno di una “certificazione” di malattia. Che spiega, ma al tempo stesso conferma, il ruolo storicamente attribuito e assunto.

Ecco allora che in questi casi soffermarsi sul sintomo potrebbe avallare in realtà il meccanismo inconsapevole che tiene in vita quello stesso sintomo.

Forse dovremmo ascoltare di più le persone che abbiamo di fronte piuttosto che cercare di vedere in loro cosa funziona e cosa no. Dovremmo ascoltare la loro storia e la loro sofferenza piuttosto che cercare di capire in quale casellina diagnostica inserirli.

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Nessuno di noi ha la verità in tasca e soprattutto nessuno può imporre la sua verità all’altro. È in questo preciso orizzonte di umiltà e riconoscimento dell’altro come portatore di una sua verità, di sue risorse e potenzialità che inserisco la psicologia. Come possibilità di comprensione, analisi e cambiamento ma non come dispenser di soluzioni standardizzate e magiche a problemi generalizzati e preconfezionati.

Roberta Calvi Psicologa e Sessuologa

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Post Author: Roberta Calvi